Rock e tacco dodici: la classe di Paola Turci

Paola Turci sul palco del Teatro Valli

Se c’è un’artista sottovalutata nel panorama musicale italiano questa è assolutamente la bravissima Paola Turci. Forse perché troppo mainstream per il mondo indie (che peraltro Paola ha frequentato) che troppo spesso guarda al circuito delle major con un po’ troppa spocchia, forse perché troppo indipendente (per fortuna!) per entrare nel frullatore mediatico che trasforma cantanti di caratura ben minore in popstar artificiali, adibite a mere macchine per la produzione di denaro. Fatto sta che pur avendo nel corso di una carriera lunga ormai più di trent’anni ottenuto il plauso unanime della critica (con una sorta di abbonamento, per esempio, al premio della critica sanremese) e del pubblico, competente, che la segue, resta l’impressione che non sia considerata una delle grandissime della musica italiana come ampiamente meriterebbe.

Un’ennesima dimostrazione della sua bravura si è avuta poche sere fa in occasione della tappa reggiana del suo Il secondo cuore Tour, durante la quale ha incantato il pubblico del Teatro Valli di Reggio Emilia con una performance maiuscola per intensità, energia, eleganza e feeling. E con una scaletta incentrata sui brani del suo ultimo fortunatissimo album intitolato proprio Il secondo cuore (da cui piuttosto sorprendentemente restano esclusi due piccoli gioielli come La fine dell’estate e Nel mio secondo cuore), probabilmente il lavoro più riuscito della cantautrice romana, grazie a una maturità artistica raggiunta attraverso un lungo percorso ricco di sfide e di idee nuove e anche grazie alla collaborazione con la bravissima autrice romana Giulia Anania (oltre che con Enzo Avitabile e con Luca Chiaravalli alla produzione), che affianca Paola nella scrittura di gran parte dei brani dell’album.

Un percorso, quello di Paola, iniziato nell’ormai lontano 1986 a Sanremo con la prima partecipazione al Festival nella sezione Nuove Proposte (L’uomo di ieri) e consolidato con la vittoria nella categoria Emergenti tre anni dopo con l’indimenticabile Bambini, uno dei non rari pezzi di impegno sociale e civile che caratterizzano da sempre il repertorio di Paola, che interpretava già allora la fine degli anni ’80 sulla scia delle Edie Brickell, delle Tracy Chapman e delle Tanita Tikaram (chitarra a tracolla e attitudine da folk-singer) che si contrapponevano al pop disimpegnato di Madonna e delle sue eredi ormai in rampa di lancio.
Un cammino che ha visto Paola evolversi e trasformarsi, vestendo panni sempre nuovi, da pura interprete a cantautrice fatta e finita, passando attraverso un gusto raro per la rielaborazione e la reinterpretazione di cover straniere poco scontate: dalla Luka di Suzanne Vega degli esordi fino a This Kiss (Questione di sguardi) che senza la sua versione probabilmente sarebbe passata inosservata alle orecchie distratte degli italiani che non si fossero imbattuti nel film Amori & incantesimi. Un gusto che contamina positivamente anche le sue esibizioni live, in cui dosa con grande maestria i propri brani originali e le sue cover più famose.

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L’attualità di Joshua Meyrowitz e la chiusura della società aperta

Joshua Meyrowitz

Per chi, come me, ha studiato comunicazione negli ahimè ormai lontani anni ’90 esisteva (ed esiste ancora) un testo fondamentale intitolato No Sense of Place: The Impact of Electronic Media on Social Behavior, tradotto quasi fedelmente in Oltre il senso del luogo e scritto dal professore di comunicazione e mass-mediologo americano Joshua Meyrowitz nel 1986. Ricordo che la prima cosa che mi colpì del libro fu che il suo autore era ben lungi dall’essere due metri sotto terra come accadeva abitualmente con i testi del liceo, dal momento che all’epoca (1994) il buon Meyrowitz era una giovanotto di 45 anni vivo e vegeto.

Nel libro Meyrowitz prova, con successo, a descrivere gli effetti sociali dei nuovi media elettronici, concentrandosi sulla televisione, in modo in un certo senso obbligato considerando l’epoca. In estrema e ingenerosa sintesi di un’opera corposa e articolata, il testo parte dall’evidente esempio fornito dal mezzo televisivo per descrivere come le tecnologie della comunicazione iniziassero a influenzare le relazioni sociali che intratteniamo quotidianamente. La tesi proposta, combinando gli studi sociologici di Erving Goffman sulla presentazione del sé nella vita di tutti i giorni come una performance teatrale a più spazi (back-stage e front-stage) con quelli massmediologici di Marshall McLuhan, sostiene come la televisione abbia comportato una svolta verso relazioni sociali nuove ed egalitarie, in quanto macchina in grado di “esporre segreti” che dà pertanto la possibilità di osservare le persone da un punto di vista totalmente nuovo.

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L’amore e la violenza secondo i Baustelle

Rachele Bastreghi, Francesco Bianconi e Claudio Brasini

Come all’incirca mezza Italia, nell’autunno del 2005 rimasi incantato da La guerra è finita, il primo singolo dei Baustelle premiato da altissima rotazione radiofonica, anche (soprattutto) in virtù del recente passaggio della band ad una major come la Warner Bros. La semplice ma geniale progressione armonica, l’arrangiamento d’orchestra perfettamente fuso con suoni indie, la voce particolare di Francesco Bianconi con quel timbro scuro alla Nick Cave, le liriche originali, sospese tra pathos, ironia ed understatement nel trattare un argomento spigoloso e complicato come il suicidio giovanile.

Insomma, bastò poco perché decidessi di acquistare l’album La malavita, il terzo lavoro della band di Montepulciano ma, come detto, il primo a godere di visibilità mediatica anche al di fuori del circuito indie grazie al contratto con un’etichetta multinazionale. I precedenti Sussidiario illustrato della giovinezza e La moda del lento avevano infatti riscosso grande credito nel circuito underground ma poca diffusione al grande pubblico, anche perché all’epoca la potenza dei social network era nulla se paragonata a quella di oggi.

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Chi non vuole vivere a La La Land?

Emma Stone e Ryan Gosling in una scena del film

Chi non vorrebbe vivere a La La Land? Un luogo dove non ci sono computer, e-mail e social network, dove ci si dimentica di scambiarsi il numero di telefono con l’appuntamento della sera dopo, dove Los Angeles è un luogo di sola bellezza, privo di tensioni sociali, criminalità e pestaggi. Dove l’unica concessione alla modernità sono le automobili di oggi e i telefoni cellulari, o magari una cover di Take On Me o di  I Ran piazzata a sorpresa nel bel mezzo di brani jazz e tipiche canzoni da musical. Sì, perché il film scritto e diretto da Damien Chazelle è in tutto e per tutto un musical, esattamente come quelli a cui ci ha abituato la grande scuola americana, da Cappello a cilindro e Sette Spose Per Sette Fratelli in poi. I protagonisti recitano, cantano, ballano, si scollano dalla realtà e finiscono a danzare nel cielo in mezzo alle stelle, il tutto in un elegantissimo miscuglio di concretezza e fantasia dove la magia e la poesia imperano.

La La Land è un film che secondo i canoni hollywoodiani qualunque produttore avrebbe dovuto bocciare senza mezzi termini, perché alla fatidica domanda posta allo sceneggiatoreRaccontami la trama in trenta secondi”, questi avrebbe dovuto rispondere: “Mia lavora in una cafeteria degli studios e passa di provino in provini sognando di diventare attrice, Seb è un pianista jazz che sogna di comprare il suo locale preferito che hanno trasformato in un “tapas e samba” per tornare a farci suonare le jazz band. Si incontrano, si innamorano, hanno successo in momenti diversi e alla fine realizzano i loro sogni, ma a discapito di… [spoiler]”. Non a caso il copione di Chazelle giaceva intoccato in un cassetto dal 2010, e solo dopo il successo di Whiplash ha potuto trovare un produttore disposto ad investirci i non pochissimi (30 milioni di dollari) denari necessari per la realizzazione, ricavandone peraltro incassi già oltre i 250 milioni di dollari (and counting), per non parlare dei sette Golden Globe e delle quattordici nomination agli Oscar.

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Il fresco country “valdostano” di Mikol Frachey

La cover dell'album di Mikol Frachey

La cover dell’album di Mikol Frachey

È sempre un piacere poter godere della musica di giovani artisti italiani, che seguo sempre con simpatia. È un piacere ancora più grande poterne scriverne. Ed è un piacere enorme poter scrivere di artisti che ho avuto la gioia di conoscere e che quindi seguo con ancora più affetto nella loro avventura nel complicato mondo della discografia. È questo il caso di Mikol Frachey, giovanissima cantautrice che ho avuto la fortuna di poter ascoltare diverse volte dal vivo e che poche settimane fa è uscita con il suo primo album, intitolato col suo nome. Un album in cui spiccano la splendida voce della diciannovenne valdostana e una sonorità del tutto inusuale nelle produzioni made in Italy: un country che affonda le radici nei suoni caratteristici della tradizione americana, ma sapientemente declinato secondo i dettami della modernità.
Ma cosa lega le sonorità di Nashville e i dolci pendii intorno a Saint-Vincent? Non possiamo nemmeno pensare alla “West Virginia, mountain mama” di John Denver perché i riferimenti stilistici di Mikol sono altri, come è giusto che sia e come si conviene a una ragazza di diciannove anni.
Ecco allora che l’esperienza country a cui si ispira la Frachey è quella moderna e in qualche modo “contaminata” di artiste come Carrie Underwood e Gretchen Wilson, Shania Twain e, soprattutto, Taylor Swift, che viene citata in maniera implicita ed esplicita a più riprese tra le tracce dell’album. Una contaminazione da intendere nel senso più nobile del termine: quella in cui le canzoni, grazie a produzione e arrangiamenti che strizzano l’occhio all’attualità, diventano semplicemente più fruibili, mantenendo tuttavia intatte le caratteristiche e i suoni della musica country e, cosa molto importante, senza mai scivolare nel banale pop da classifica. Emergono allora altri riferimenti importanti, a loro volta frutto di contaminazioni, tipici di una millennial che ascolta musica contemporanea: dal raffinato pop-folk di Ed Sheeran al country-pop di Sam Hunt, con sfumature che riportano alle venature maggiormente rock di John Mayer.

Non a caso, Mikol non solo scrive interamente e interpreta i sui pezzi, ma suona anche splendidamente la chitarra (acustica, elettrica e dobro), aspetto che si evince chiaramente già in fase di scrittura, così che il suo approccio country si definisce fin dall’ispirazione; come prova di tutto questo basta ascoltare, in rete, la versione dal vivo del singolo Give Me Water, solo voce e chitarra. Sono poi  l’arrangiamento e la produzione a miscelare sapientemente strumenti tipici della tradizione americana (chitarra dobro, armonica, banjo, fiddle) e suoni più moderni e contemporanei. Suoni che vedono le chitarre sempre in primo piano, a tratti addirittura rockeggianti: si pensi all’assolo finale dell’ottima Budweiser, il brano sicuramente più rock dell’album, ma anche alla struttura di Blind, con arpeggi quasi brit-pop, diverse parti di chitarra stoppata e una batteria a tratti molto potente.
Tuttavia Mikol non si limita certo a scimmiottare meccanicamente esperienze altrui, ma le rielabora e le fonde con la sua sensibilità per creare una musica personale e originale. Gli elementi di punta sono infatti il suo ottimo songwriting, semplicemente incredibile per una ragazza della sua età, e un minuzioso lavoro di studio per trovare a ciascun brano il vestito giusto. In questo senso la nuova versione di Give Me Water è già una dichiarazione d’intenti: il nuovo arrangiamento alza di una tacca tutti i suoni più riconducibili al country e aggiunge nuovi elementi distintivi, dalla batteria che sembra trottare, ai cori di background, dal fiddle al flauto. Una rivoluzione artistica rispetto ai suoni del singolo e del relativo video, probabilmente dettata dall’esigenza di dare coerenza stilistica all’album.

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Referendum costituzionale. Perché voto convintamente sì.

bastaunsiChi mi conosce e mi segue sa che non amo molto parlare né tanto meno scrivere di politica, che pure seguo con l’attenzione che ogni cittadino dovrebbe avere nei confronti della res publica. Tuttavia il referendum sulle riforme costituzionali (il DDL firmato da Maria Elena Boschi) previsto per il prossimo 4 dicembre è un argomento troppo importante per non essere affrontato.
Chi mi conosce, inoltre, sa anche che sono fondamentalmente molto scettico sulla democrazia diretta, cioè sullo stesso istituto referendario. Questo per due motivi piuttosto semplici: il primo è che l’elettore medio raramente dispone delle competenze per poter decidere su materie lontanissime dalla quotidianità; il secondo, immediata conseguenza del primo, è che sulla base di queste scarse competenze non si capisce per quale motivo un comune cittadino dovrebbe ribaltare decisioni deliberate dai nostri parlamentari, pagati (profumatamente) proprio per legiferare in vece nostra, attraverso quell’istituto noto come democrazia rappresentativa.

Purtroppo, però, nel caso specifico il ricorso al referendum è praticamente obbligatorio, in quanto la stessa Costituzione oggetto di consultazione prevede che le leggi di riforma costituzionale non approvate in seconda lettura dalla maggioranza dei due terzi di ciascun ramo del Parlamento siano sottoposte a referendum, se ne fanno richiesta un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali. Cosa che ovviamente è avvenuta.
In estrema sintesi, il referendum è esso stesso la rappresentazione paradigmatica dell’ingessamento del nostro sistema, per il quale non sono sufficienti nemmeno sei deliberazioni del Parlamento per poter modificare alcune norme costituzionali. E se un appunto si può fare a questa riforma è proprio che questo principio rimane intatto, legando tragicamente il destino di una riforma importante ed essenziale agli umori di una folla, spesso ideologicamente e subdolamente orientata, invece che alla competenza del legislatore.

In altre parole potrei molto semplicemente dire: «se il Parlamento – con tutti gli strumenti che ha a disposizione – ha approvato per sei volte (sei!) questa riforma, è possibile che i comuni cittadini, che nel 90 % dei casi non sanno nemmeno cosa vuol dire “bicameralismo paritario”, ne sappiano di più?»
Tuttavia non userò questo argomento, perché non voglio certo invitare nessuno a votare sì “sulla fiducia” e voglio invece entrare nel merito della riforma e cercare di spiegare perché, a mio modo di vedere, si tratta di una buona riforma (non la migliore riforma ma, si sa, la politica è l’arte del possibile e non il libro dei sogni) e soprattutto perché il fronte del no sta raccontando un sacco di balle.

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Achtung Baby, i 25 anni di una pietra miliare della musica

La cover art di Achtung Baby

La cover art di Achtung Baby

Narra la leggenda che alcuni fan riportarono indietro l’album al negozio di dischi. Dopo aver messo sul piatto il lato A del vinile (già, c’era ancora il vinile…) e aver sentito le chitarre fastidiosamente distorte dell’intro di Zoo Station, cambiarono lato e vi trovarono le chitarre ancora più fastidiosamente distorte di The Fly. Così tornarono al negozio e chiesero di cambiare l’album, a loro dire difettoso.

Era il 18 novembre 1991 e, benché si tratti ovviamente di una leggenda (d’altra parte The Fly era uscita già da un mese e si sapeva già bene come suonasse), è un aneddoto che ben racconta cosa abbia significato Achtung Baby nella storia non solo degli U2, ma di tutta la musica rock contemporanea. 25 anni dopo quella fatidica data, resta un album di un’attualità sorprendente, i cui suoni hanno influenzato l’intera decade e anche oltre, fino a ben dentro il terzo millennio. Una di quelle pietre miliari della musica che qualsiasi semplice appassionato non può non conoscere. Della genesi di quel lavoro, dei pesanti attriti tra i membri della band che la accompagnarono, dell’inutile ricerca di ispirazione in una Berlino appena riunita, privata del muro e rappacificata, è stato detto e scritto tutto. Così come della magia che si materializzò in studio seguendo il semplice giro armonico di One e che guidò quattro musicisti convinti di essere ormai al capolinea a realizzare invece un altro album capolavoro e ad assicurarsi altri 25 anni (almeno) di successi. Quindi quello che voglio provare a ricordare oggi, nel giorno di questo importante anniversario, è invece l’effetto che Achtung Baby ebbe su di me, in quello che senza dubbio fu un anno magico per la storia della musica (basti citare Nevermind, Out Of Time, Blood Sugar Sex Magik, il Black Album dei Metallica, il canto del cigno dei Queen Innuendo, Ten dei Pearl Jam, l’addio dei Dire Straits On Every Street, i due Use Your Illusion…). Su un ragazzino di diciotto anni che era solo uno dei tanti che aveva iniziato, quasi faticosamente, ad apprezzare gli arpeggi puliti in delay di The Edge e che di colpo era stato travolto da un muro sonoro di chitarre sature e distorte.

Già, perché per quanto sia stato educato alla buona musica fin da piccolo grazie a un fratello maggiore illuminato (che mi iniziò all’ascolto di Billy Joel e dei succitati Dire Straits su tutti), in età adolescenziale della band di Bono e soci mi arrivava poco. Avevo solo dieci anni quando uscì Pride e, pur essendo stata fin dall’epoca una hit devastante in heavy rotation su Deejay Television, in quel momento non ne coglievo la portata epocale; piuttosto mi chiedevo perché si chiamasse Pride quando per tutto il tempo ripeteva “in the name of love”; lo scoprii solo diversi anni dopo con il testo davanti. Avevo undici anni, invece, quando in vacanza estiva con la scuola venivo svegliato ogni mattina da un brano sconosciuto trasmesso dagli altoparlanti della camerata, che in seguito imparai a conoscere come Sunday Bloody Sunday. Avevo tredici anni, infine, quando i miei amichetti cercavano di convincermi della bellezza di With Or Without You che invece a me, tutto sommato, in quel momento, non diceva granché. Insomma, non si può certo parlare di amore a primo ascolto. E la cosa sia di consolazione a chi ha figli che ascoltano i Modà: c’è tempo per crescere e imparare. Allo stesso modo l’innamoramento con Achtung Baby non fu un colpo di fulmine, ma un lento e paziente corteggiamento; con lui, l’album, che si faceva scoprire a poco a poco, traccia dopo traccia, ed io che pian piano mi abituavo a quei suoni, li metabolizzavo quasi staccandoli dal resto, fino a riconoscere la melodia, e a scavare nella profondità dei testi.

All’inizio però fu solo One: totalmente incantato dall’andamento irrituale del pezzo, dal crescendo disperato, dall’arrangiamento perfetto, dall’incredibile dinamica di un pezzo che parte quasi come un sussurro per voce e chitarra ed esplode in una power ballad che più power non si può, fino a un finale che ti trascina in un’altra dimensione. Recuperai di corsa With Or Without You e lì ebbe luogo l’illuminazione, il riconoscimento del genio: riascoltai il brano in parallelo con One e trovai tutte le presunte regole della hit perfetta scardinate e reinventate. Entrambe costruite su giri armonici banalissimi, a dispetto delle masturbazioni mentali dei maniaci delle settime diminuite e delle quarte sospese, entrambe prive di un vero e proprio ritornello, con buona pace di tutta la retorica sanremese sull’orecchiabilità delle melodie, entrambe per lungo tempo a rischio di essere scartate e di finire nel cestino a causa dell’incertezza sulla direzione da prendere.  Salvate in un caso dalla Infinite Guitar di The Edge, nell’altro dall’intervento di Brian Eno, dopo che in seguito all’eccitazione iniziale per la nascita magica del pezzo, One si era persa tra mille overdub e mix diversi.

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Francesca Michielin, voce incantevole e talento purissimo

Francesca Michielin sul palco del Campus (foto Gazzetta di Parma)

Francesca Michielin sul palco del Campus (foto Gazzetta di Parma)

Cosa dire di un concerto che si apre con le sequenze, gli effetti e i beat elettronici di Battito di ciglia e si chiude con l’inconfondibile riff di chitarra di Whole Lotta Love? La risposta è nelle parole di qualche settimana fa della stessa Francesca Michielin, all’atto della presentazione del di20are Tour che ha fatto tappa al Campus Music Industry di Parma lo scorso 22 ottobre: «Mi sta molto a cuore il concetto di tesi-antitesi-sintesi – ha spiegato la cantautrice di Bassano del Grappa – mentre quella del Nice To Meet You Tour è stata solo un’antitesi perché mi ha dato la possibilità di stravolgere completamente il mio repertorio, rendendolo più scarno, e alcuni brani ne sono usciti trasformati».

Il riferimento è al tour precedente, che vedeva Francesca protagonista di uno spettacolo intimo e minimale in cui si trovava da sola sul palco alternandosi tra chitarra, pianoforte, timpani e loop station, con il risultato di stravolgere significativamente diversi pezzi rivisitati necessariamente in chiave acustica. In questo nuovo show, Francesca è invece accompagnata da una vera band di quattro elementi (i giovanissimi Eugenio Cattini – chitarra, Luca Marchi – basso e Maicol Morgotti, batteria, ottimamente diretti dal “direttore musicale” e tastierista Luchi Ballarin) che regalano un suono ben più potente (non solo nella citata cover dei Led Zeppelin) e moderno, arricchito com’è dai drum pad, dalle sequenze e da una ampia gamma di effetti su strumenti e voce.

Ecco, se proprio vogliamo trovare qualcosa che non convince è proprio il secondo microfono effettato che Francesca alterna con quello “pulito”: non so se sia trattato di un problema tecnico o della posizione in cui mi trovavo ma degli effetti si sentiva veramente poco, se non nulla. Ma a prescindere da questo, l’ambizioso piano della Michielin di mettere insieme tutte le sue anime, i suoi riferimenti musicali anche quando sembrano essere in palese contraddizione tra loro e trovarne la sintesi è perfettamente riuscito. Da una parte, si diceva, una precisa e approfondita ricerca sonora per trovare il vestito giusto per ogni pezzo con un evidente maniacale lavoro di studio, poi trasposto nei live grazie alle sequenze, dall’altra la passione per il ruvido suono rock’n roll. Da un lato un lavoro di songwriting incredibilmente maturo per una ragazza di appena 21 anni, dall’altro straordinarie doti di cantante pura (d’altra parte non si vince X Factor a 16 anni se non si sa cantare) nell’interpretare i pezzi scritti per lei da autori importanti, Elisa su tutti, e nel rileggere con personalità e originalità cover mai banali, a dimostrazione di una cultura musicale ben sopra la media non solo di una giovane ragazza della sua età, ma anche di musicisti ben più scafati di lei.

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NBA preview. Western Conference

Steph Curry nella caratteristica posa col paradenti tra le  labbra

Steph Curry nella caratteristica posa col paradenti tra le labbra

E dopo aver analizzato la Eastern Conference, oggi buttiamo un occhio a quella che dovrebbe essere ancora una volta la Conference più competitiva: la Western.

1.GOLDEN STATE WARRIORS

CurryThompsonIguodalaDurant Green. Basterebbe enunciare la death line-up che coach Kerr utilizzerà per spaccare le partite per prendere paura e attribuire subito agli Warriors il ruolo di superfavoriti. Se poi aggiungete il fatto che questo quintetto, con Harrison Barnes al posto di KD, l’anno scorso ha stabilito il primato di vittorie in regular season (73-9) e si è fermata a una stoppata (già leggendaria) di LeBron dal secondo titolo consecutivo facendosi rimontare da 3-1 nelle Finals, sembrerebbe che per gli altri possano restare solo le briciole. Sembrerebbe. Perché il basket non è matematica e non basta sommare i talenti per ottenere la squadra perfetta. Perché quando scende la death line-up e serve un lungo vero non c’è più Andrew Bogut ma Zaza Pachulia. Perché oltre a Barnes e Bogut, non ci sono più nemmeno Ezeli, Barbosa e Speights e la panchina zoppica e invecchia. Favoritissimi sì, ma mai dire mai.

2.SAN ANTONIO SPURS

La fine dell’epopea di Tim Duncan dopo 19 stagioni chiude per forza di cose un capitolo straordinario della franchigia dell’Alamo. Con Manu Ginobili, la consueta qualità spalmata su sempre meno minuti, ormai a sua volta prossimo all’addio, ecco che gli Spurs scelgono la strada della transizione “morbida” con l’obiettivo di ricostruire senza smettere di essere competitivi. Forti della nuova colonna portante della squadra Kawhi LeonardLaMarcus Aldridge, aggiungono da una parte l’esperienza di David Lee e soprattutto Pau Gasol, dall’altra l’atletismo di giovani come Davis Bertans e il probabile steal Dejounte Murray a colmare il gap di fisicità e freschezza costata la serie contro OKC agli scorsi playoff. La misura della qualità e della profondità del roster è data dal fatto che al 99% né Laprovittola e Garino (nazionali argentini) né il “nostro” Ryan Arcidiacono (uno dei talenti più interessanti usciti dal college) vi entreranno. Il resto lo faranno i “soliti” Tony Parker, Danny Green e Patty Mills (e in parte Simmons, Anderson e Dedmon), ma soprattutto il sistema e le alchimie di coach Popovich.

3.OKLAHOMA CITY THUNDER

Dice: ma come? Se sono arrivati terzi con Kevin Durant, come possono confermarsi terzi senza? Non abbiamo forse già visto due stagioni fa quali sono i limiti dei Thunder senza KD? Sì, è così ma ci sono due ma. Il primo si chiama semplicemente Russell Westbrook, che, consapevole di quanto la squadra sia ora tutta sua, non vede l’ora di far sapere all’ex compagno quanto si sia sbagliato. Il secondo è la strategia della franchigia che dovendo scegliere tra svaccare (cedere anche Westbrook e ricominciare da capo) e rilanciare, ha scelto la seconda strada costruendo una squadra equilibrata e studiata apposta per esaltare lo 0. Victor Oladipo è il compagno di reparto ideale, mentre il front court è il più profondo e versatile della lega: oltre a Steven Adams ed Enes Kanter, arrivano l’altro turco Ersan İlyasova, Joffrey Lauvergne e il rookie figlio d’arte Domantas Sabonis. Certo, lo spot da ala piccola resta inesorabilmente orfano: Andre Roberson, l’esperimento tentato fin qua da coach Donovan, può forse valere Durant in difesa ma non certo in attacco, ma se gli altri quattro (Russell in testa) riescono a dividersi i punti di KD, i Thunder diventano molto interessanti.

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NBA preview. Eastern Conference

LeBron James stoppa Andre Iguodala in Gara 7

LeBron James stoppa Andre Iguodala in Gara 7

Sempre per via del fatto che i pronostici non li sbaglia solo chi non li fa, mi espongo al pubblico ludibrio provando a prevedere (in ottobre!) quello che succederà ad aprile, in un mondo totalmente imprevedibile come quello dell’NBA, dove sorprese inaspettate, clamorosi flop, infortuni altamente condizionanti sono all’ordine del giorno. Pronosticare anche solo le otto qualificate ai playoff di ciascuna Conference è più un esercizio di stile per stimolare una dibattito che una vera valutazione tecnica, pertanto sarei già contento di azzeccarne cinque su otto e dieci su sedici. Ovviamente senza indovinare la posizione. Oggi partiamo, in onore dei defending champions, da Est.

1.CLEVELAND CAVALIERS

In una Conference da alcuni anni tecnicamente meno interessante della Western, benché ultimamente in ripresa, non si può non considerare favoriti i campioni uscenti. Con la firma in extremis di J.R. Smith il quintetto torna identico a quello dell’anno scorso, ma perde un po’ di grinta dalla panchina che garantiva Matt Dellavedova. A favore dei Cavs la possibilità di giocare finalmente con meno pressione, avendo finalmente portato a casa l’anello, a loro sfavore un anno in più sulle spalle di tutti (Mike Dunleavy e Chris Andersen non hanno certo svecchiato il roster) e la mancanza di appetito sportivo che spesso colpisce chi ha appena vinto.  Ma su questo vigilerà sicuramente il signor LeBron James, che ha una voglia matta di altri titoli, e li vuole vincere a Cleveland.

2.INDIANA PACERS

Partono da un settimo posto a est, non esaltante ma prezioso, e soprattutto da una serie persa solo in gara 7 contro la favoritissima Toronto. Il recupero definitivo di Paul George, l’inserimento di una solida point guard come Jeff Teague e il completamento del front court con Thaddeus Young e l’esperienza di Al Jefferson per agevolare la crescita di Myles Turner ne fanno una serissima pretendente alla finale di Conference. Se gira anche Monta Ellis possono dare fastidio a tanti, in tutti i casi difficile immaginarli più in basso del quarto posto.

3.CHARLOTTE HORNETS

Ok lo ammetto: ho un debole per Buzz City, non solo e non tanto per la dovuta ammirazione nei confronti di sua maestà Michael Jordan, ma soprattutto per il gioco espresso da coach Clifford e per la politica di valorizzazione dei talenti della franchigia. Molto dipenderà dal recupero completo di Michael Kidd-Gilchrist, importante in sé e per riportare Batum in 2 a formare un back court letale con Kemba Walker. Sotto i tabelloni c’è abbondanza tra Zeller, Williams, Kaminsky e Hawes a cui si aggiunge la voglia di riscatto e l’esperienza di Roy Hibbert; dalla panchina si alzano Ramon Sessions, Jeremy Lamb e il nostro Marco Belinelli. Gli ingredienti per andare fino in fondo e fare meglio del primo turno dei playoff, perso in gara 7 a Miami, ci sono tutti, nonostante una pessima preseason.

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